Umanesimo e tecnologia

 

 

 

 

 

In questo articolo, in cui parlo dei concetti di umanesimo e tecnologia, vorrei chiarire meglio alcune mie convinzioni rispetto al mondo digitale. Ognuno di noi sperimenta quotidianamente quanta parte delle nostre giornate venga assorbita dal nostro smartphone o dal nostro computer. I visionari ingegneri della Silicon Valley ci hanno messo a disposizione hardware e software sempre più sofisticati da maneggiare con assoluta facilità, al punto che essi sono diventati delle vere e proprie protesi del nostro corpo.

I vantaggi sono molteplici, dalla possibilità di espressione del proprio pensiero messo in grado di raggiungere all’istante centinaia, migliaia e a volte milioni di contatti, alla facilità di trovare archiviate in rete tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno. Dall’altra non possiamo non notare alcune problematiche che mettono in crisi la stessa concezione dell’umano. La realtà aumentata a cui accediamo attraverso queste nostre protesi elettroniche è sempre più permeata da quello che definirei il fattore “economicus”, in altre parole dalla dimensione utilitaristica.

Passiamo la maggior parte del nostro tempo a far scorrere i nostri pollici sullo schermo del cellulare rincorrendo notifiche di ogni genere dai social network, che si sono infilati anche nella nostra posta elettronica. Questo ci induce ad espandere a dismisura la mera esecuzione di processi logico-matematici e l’acquisto di prodotti e servizi online.

Ciò va a discapito della familiarità con il mondo della cultura, la sola in grado di trasmetterci oltre che la grazia della creatività di natura umanistica anche la capacità di mantenere uno sguardo critico e intelligente sulla realtà. L’uomo e la donna “smartphonizzati” tendono all’assuefazione acritica al consumo dettata dal generalizzato livellamento culturale verso il basso.

Non sono incline a vedere in tutto questo un progetto premeditato tendente ad instupidire le masse per meglio governarle, ma piuttosto una conseguenza dettata dall’origine della rivoluzione digitale tutta in mano ad ingegneri con grande creatività ed intelligenza di tipo tecnologico, ma con enormi deficit nella sfera culturale.

Uno degli effetti più lampanti che ognuno può constatare nella vita di tutti i giorni è l’impoverimento drammatico della proprietà di linguaggio. Sempre più nella comunicazione interpersonale ci si avvale di un numero di vocaboli ristrettissimo e questo riduce notevolmente la possibilità di accedere al pensiero profondo. Ne deriva l’impossibilità  di acquisire uno sguardo più ampio sul mondo, inducendoci ad una drastica semplificazione della realtà di cui ci sfugge la sua ricchezza e complessità.

Non siamo più in grado di decifrarla e così cominciamo a ragionare per slogan semplicistici, senza sfumature, dove è tutto bianco o tutto nero. Per cui le cose sono o del tutto buone o del tutto cattive, ma se questa semplificazione viene portata alle estreme conseguenze ecco che abbiamo la sensazione di venire sempre più a contatto con presenze appunto cattive, tendenzialmente pericolose, che possono aggredire noi stessi e i nostri interessi. Da qui la necessità di figure bellicose che ci diano la sensazione di venire difesi da queste aggressioni esterne.

Allora l’unico modo per scardinare questo circolo vizioso è quello di continuare a manovrare la tecnologia digitale, ma innestandovi tutta la cultura millenaria di cui l’Italia e l’Europa sono tutt’ora custodi. La creatività umanistica deve mescolarsi con quella tecnologica  per scongiurare la nostra mutazione in androidi senza alcuna capacità di empatia, sentimento, emozioni.

E’ anche per questo che i nostri giovani che maneggiano con facilità gli strumenti elettronici di questa nostra vita attuale che somiglia sempre più al mondo dei video game, devono riappropriarsi della cultura umanistica se non vogliono finire a parlare soltanto di marketing, funnel, pubblicità e algoritmi, magari con un linguaggio da giungla digitale in cui ci si rapporterà con allocuzioni regressive del tipo “Io Tarzan tu Jane”.

E’ tempo quindi che ognuno di noi si impegni ad attivare questo benefico processo  di ibridazione tra umanesimo e tecnologia digitale, pena l’estinzione degli esseri umani come li abbiamo conosciuti fino ad oggi. Ora voglio lasciarvi con la lettura di uno degli incipit più belli del romanzo moderno: l’inizio dell’Ulisse di James Joyce. Un misto di grazia, baldanza, teatralità e ricchezza di linguaggio che nessun algoritmo potrà mai eguagliare. Buon ascolto.

Permettetemi un’ultima frase: “Se la scienza e la tecnica sono portatrici di progresso, è la bellezza a riempirlo di senso.”
P.S. Dopo la pubblicazione di questo articolo mi sono imbattuto in un video del vecchio Marco Montemagno (che adoro) che parla  del lavoro del futuro . Ero al bar che consumavo il mio cappuccino con doppia dose di caffè per schiarire la  mente ancora annebbiata dal sonno, quando mi arriva sul cellulare la notifica del suo video.

Non ho saputo resistere. Ho riaperto l’articolo per infilarci in chiusura la sua pillola di riflessioni come al solito imperdibile. Ora non avete scampo … ve la cibate!

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